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“«E quanti siete?», gli chiesi. «Solo io. Sono un solitario». Davanti a me c’era un ragazzino con gli occhi penetranti, spiritati. Mi guardava e mi parlava, come un soldato al suo capitano. Non l’avevo mai visto e non sapevo chi fosse. Ma una cosa, almeno, nella vita la so fare: riconoscere un marinaio. Eravamo a Trieste e, finita la Barcolana, avevo messo in giro una voce, sui moli: se c’era qualcuno disposto a portarmi la barca a Rimini, perché io non potevo. E mi si presentò questo ragazzino. Cos’aveva? Qundici anni, sedici? «E va bene», gli risposi, mentre gli passavo le chiavi dellla barca. C’era gente, lì, amici, che mi sconsigliavano: «Ma sei matto? Non lo vedi che è un ragazzino? E da solo, poi». Beh, ma come fai, se è un solitario… Dopo, negli anni ho pensato più volte a quel giorno a Trieste (a proposito: la mattina dopo, la mia barca era già a Rimini): non lo sapevo e non ne avevo intenzione, ma fu in quel momento che adottai Simone Bianchetti, un grande navigatore, che solo perché più giovane di me, è stato considerato una sorta di mio figlioccio nautico. Per essere più esatti, fu lui che adottò me. E, soprattutto, la mia barca. Perché poi la usò per le regate, per la Transat, per la Route du Rhum… E gliene fece di tutti i colori alla mia barca, l’allungava, l’accorciava, le fece rimodellare la prua, più stretta. «Ma glielo lasci fare?», mi rimproveravano gli amici, «quello te la rovina la barca». Era vero, beh, ma come fai, se era un solitario… Vedi, i solitari sono delle persone strane: sono forti, hanno mani potenti, occhi duri e risentiti, sono contro, contro ogni cosa, contro chiunque, forse persino contro il mare, ma solo in mare stanno bene; è gente che parla a monosillabi, mugugna, bofonchia, ce l’ha sempre con quelli che gli danno i soldi per la barca, per l’impresa, per il progetto, rovistano nei bidoni della spazzatura, come Moitessier, Wakelam, si costruiscono le cose da soli, come Alain Bardiaux, che si fece la barca (senza nemmeno la battagliola) e persino le vele, e poi compì il giro del mondo in solitaria e controvento. I solitari non li puoi giudicare come gli altri. E non parlo di quelli di oggi, che sono già diversi, una specie di meravigliosi ingegneri, che usano strumenti sofisticati, a bordo di barche che sono dei missili, mantengono il contatto con il loro staff e il comitato di regata e affrontano da soli Capo Horn. No, Simone era di quei solitari che non avevano a bordo, a volte, nemmeno la radio, che non erano in grado di usare gli strumenti e manco gli andava di impararlo, che riducevano la sfida a un uomo, una barca e il mare. Quanti timoni automatici ha sfasciato Simone! Non era roba per lui. Simone era come quei grandi solitari dei miei tempi, di quelli che conobbi allora. Era un antico solitario nato troppo tardi, fuori tempo massimo. E quei solitari sono gente che in testa ha un’idea, a cui dà la forma di barca. Ora, è vero che la barca era mia, ma la forma dell’idea di Simone era diversa. E, credetemi, per quelli come lui, è più facile cambiare la forma della barca e quella dell’idea. Ma non riuscivo a spiegarlo a quelli che non capivano perché gli lasciassi violentare la mia barca? Beh, ma come si fa, se è un solitario… E anche questo, Simone lo faceva «contro»: mi piombava in ufficio e mi rimproverava perché non facevo abbastanza per aiutarlo a realizzare il suo sogno. «Perché lei…! Perché lei…!», continuava, piantato a gambe larghe davanti alla mia scrivania. Non è mai riuscito a darmi del tu. E qualche volta aveva ragione, perché, magari, per una certa regata avevo aiutato più qualche altro che lui. Poi, se gli davi una mano, poteva succedere che, alla vigilia della partenza, quando valutava la sproporzione fra i suoi mezzi e quelli degli altri e le imbarcazioni, decideva di rinunciare. «E sbagli», gli dicevo, «perché chi non c’è, non c’è. E chi non c’è, non conta. Tu devi esserci». Per la Solitaire du Figaro, lo affidai a un grande, Laurent Cordelle, uno che nella vela ha fatto tutto e sempre al meglio. Uno che a 40 anni aveva deciso di correre una solitaria, si era preparato per la Figaro e l’aveva vinta contro tutti i più grandi. Laurent doveva insegnare quasi tutto a Simone: un po’ di meteorologia, di uso degli strumenti a bordo. Ma Simone non si presentava agli appuntamenti, magari dormiva da qualche parte o se ne usciva in barca. Laurent mi telefonava fuori dalla grazia di Dio: «Basta, dimmi che ci faccio qui, con questo matto. Non ne posso più. Trovatene un altro, anzi lascia perdere, che con questo qui è tempo e fatica buttati». Beh, ma come si fa, era un solitario… Si sa che sono strani. E cercavo di calmarlo, di fargli capire che Simone riteneva tutte quelle cose superflue, forse persino dannose. Lui era un solitario, uno che, come si dice: andava di ventrale; dunque, nella sua testa, uno che sale su una barca e va. E se succede qualcosa, non si attacca a uno strumento, ma si industria e se la cava.
E fu per questo che partì lo stesso per la prima Around Alone, nonostante la barca non fosse in grado di affrontarla. «Dove vai? Quella roba non sta a galla», gli dicevo. Ma lui non intendeva rinunciare. Credo che non si sia reso nemmeno conto di quello che accadeva, che la barca non era pronta. Era troppo preso dall’idea e dai lavori da fare. «Io vado, io vado», ripeteva. Andare, andò, ma non molto lontano. Simone toccò il suo cielo con un dito, quando tornò dal Vendée Globe. All’arrivo, alle Sables d’Olonne era felice, sbalordito: «Ma tutta questa gente è qui per me?», continuava a chiedermi. C’erano migliaia di persone, centinaia di barche ad aspettarlo. Ricordo che io e Laurent gli andammo incontro, con un motoscafo, a trenta miglia dall’arrivo. Vedemmo la barca, ma vuota: andava col timone legato. Ci avvicinammo, urlavo: «Simone, Simone!». E, finalmente, venne fuori, che trascinava i piedi e si stropicciava gli occhi: dormiva della grossa. «Oh, svegliati che sei arrivato; sennò vai a sbattere». Ma quando giunse sottocosta e vide quel brulicare di barche e di gente, perse la testa. Urlava, rideva, si sbracciava, salutava tutti. E stava per infilare il traguardo dalla parte sbagliata. «Sciagurato, che fai?», gridavo, fino a che, per fortuna, non mi dette ascolto, «guarda che ti squalificano». Ci pensi, dopo 25 mila miglia di mare, trovarsi squalificato, perché sei passato a sinistra e non a destra di una bandierina? Sarebbe stata una cosa alla Simone. Ma a lui, della vittoria, della classifica, non importava niente. Il mare era la sua vittoria, navigare era la sua vittoria e, soprattutto, riuscire a tornare era la sua vittoria. Il resto, erano menate di gente che sta sul molo, a fare i conti. Cose da ragionieri. Ma che vuoi, era un solitario…Quando arrivò sul palco, si era già scolato almeno una magnum di champagne. Non sapevo se era più ubriaco di gioia o di vino. E abbracciava tutti. I cronisti, le troupe televisive andavano ad intervistarlo, e lui recitava le poesie che aveva composto durante il viaggio. E non la finiva più. Ridevano tutti, ma lui più di tutti. E io ero lì a guardare che uomo era diventato il ragazzino che si era presa la mia barca a Trieste. Fu lì, alle Sables, che Simone vide il suo sogno diventare vero.
Poi venne Tiscali. Una barca importante, veloce, tecnologica, ma con cui lui non legò veramente mai. Forse solo verso la fine. Era una barca da solitari di oggi e lui era un solitario di altri tempi. Sai, è come se prendi uno che è sempre andato a dorso di mulo, anche se in cima all’Everest, e lo metti in groppa a un purosangue.
Forse, il momento in cui lui sentì Tiscali come parte di sé, fu quando l’albero di spezzò a poche decine di miglia dall’arrivo, dopo il giro del mondo, all’Around Alone. Mentre tutti davano per finita la sua corsa, lui attrezzò un armo di fortuna e con la vela che sembrava un’ala spezzata, giunse al traguardo, senza nemmeno perdere posizioni in classifica. «Sono arrivato!», mi urlò al telefono, felice, «con l’albero rotto». E la seconda parte della frase suonava più importante della prima. Simone era uno così, un solitario vero, uno antico, uno che forse non sapeva stare al mondo, ma in mare sì. Lui che aveva sempre avuto problemi di soldi e debiti, e che negli ultimi tempi diceva: «Ho tre volte i soldi che mi servono». Il che non vuol dire che ne avesse tanti, ma che, di solito, gliene servivano pochi. E che aveva cominciato a farmi discorsi strani: «Sa, ora lei deve aiutarmi a emanciparmi, a comportarmi meglio; adesso sono in contato con sponsor importanti, con persone di un altro ambiente…». «Ma cosa vuoi emancipare», gli dicevo, «tu vai bene come sei. Pensa a restarlo». Il «maledetto», in fondo, gli piaceva farlo. E io credo che lo fosse.
Ogni tanto, adesso mi rileggo le sue poesie. Io non sono un letterato, non è che ci capisca sempre. E forse, non è che sempre ci sia da capire. Credo che lui mettesse delle parole, degli aggettivi, più per il loro suono, per l’energia o la dolcezza della parola, non per il suo significato; lui voleva dare forza alla frase. E lo faceva a suo modo. Come tutto il resto.
Beh, ma che vuoi, sono così i solitari come Simone. Gente che guarda quello che stai guardando tu, ma vedono altro, che tu non vedi. E li prendi per matti. Poi scopri che avevano ragione loro, perché hanno uno sguardo più profondo. È per questo che ci manca, Simone. Parlo di uno che in riva all’Adriatico sognò Capo Horn.
E ci andò. Da solo.
Cino Ricci”
(testo raccolto da Pino Aprile)

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