Sant’Agostino diceva “La speranza ha due figli: lo sdegno di capire ciò che non piace e il coraggio per poterlo cambiare”».
Nicola Pino, 54 anni, skipper, originario di Lugo, riassume così lo spirito alla base del progetto che da anni sta portando avanti con un gruppo di appassionati, tra vele spiegate e ormeggi, e che ruota attorno a una star del mondo della navigazione a vela, il Moana, una delle regine tra le barche da regata oceanica. «È una barca ricca sotto l’aspetto umano, con tanti sogni, storie e persone dietro», la descrive Pino.
Proprio la barca è fulcro e sede viaggiante del progetto “Moana 60 Spirit of community”: «L’associazione rappresenta una comunità di persone che crede nel valore della semplicità e nel legame tra uomo e natura. È nata anche per dare un segnale sul fatto che dobbiamo iniziare a cambiare, sotto diversi punti di vista. Questo non vuol dire essere disfattisti, ma aver voglia di fare la propria parte».
Nicola Pino e il suo gruppo fondono assieme terra e acqua, sociale e ambiente. Partito come agente immobiliare, Pino ha lasciato oltre vent’anni fa quella strada per ascoltare la chiamata del mare, che è diventato luogo di lavoro – soprattutto con il sailing turistico – ma anche di impegno per la comunità, di scoperta, formazione e condivisione.
Perché navigando si possono fare molte altre cose: si può monitorare la salute del mare, ascoltarne i suoni e imparare a vivere – bene – con poco, e abbattere barriere. «Noi non siamo ecologisti. è la barca che ci ha insegnato ad esserlo», racconta.
Inizialmente per tenere in piedi la barca «organizzavamo settimane di “turismo nautico intelligente”, come lo chiamo io. L’andar per mare un po’ più autentico, cercando di replicare le atmosfere di un tempo e portare avanti i valori in cui crediamo». Vale a dire? «Il fatto che si può vivere con poco, che la vita è semplice, che quando trovi l’armonia all’interno dello spazio navigante sei arrivato alla tappa. Se poi tutto questo lo crei lavandoti con un litro d’acqua dolce, hai fatto bingo. Ti rendi conto che bastiamo noi per stare bene, che stai bene anche se stai al buio e risparmi un po’ di corrente o la doccia la fai ogni due giorni».
Quella che matura «è una filosofia che si può trasferire in qualsiasi altra situazione. Anche in un rifugio in alta montagna. Bisogna però volerlo. Probabilmente in barca, in “pozzetto”, è più facile trovare una certa energia, anche perché se sei lì, probabilmente la stai cercando». Anche a casa si potrebbe replicare questo stile di vita più sostenibile, «ma forse finché non si prova a cambiare sistema, si resta attaccati a quello che ci sembra normale».
La community è diventata anche un laboratorio, sotto il nome di “Spirit of lab”, con varie diramazioni: turismo ecosostenibile; rilevazione di dati scientifici; inclusione sociale e attività culturali. Per quanto riguarda il primo ambito, da cinque anni il gruppo organizza anche delle settimane dedicate ai ragazzi, dei “campi naviganti”, con un doppio obiettivo: «Il mio è far capire loro che si può star bene con meno, mentre la biologa insegna loro gli aspetti scientifici del mare, per poi far loro capire che l’ambiente va rispettato, partendo ad esempio dal lavarsi con poca acqua. I ragazzi sono bravissimi in queste cose; sono più gli adulti a farsi un sacco di problemi, ma questo anche per una questione di formazione. Molte famiglie hanno visto nel benessere, nell’abbondanza, l’obiettivo. Con i ragazzi cerchiamo di destrutturare questo approccio, mostriamo loro che si può stare bene con poco».
E una sfida è emblematica: «La doccia a cronometro, per capire quanta acqua consumano, e questo diventa un gioco. L’importante è portarli a vivere esperienze reali, in prima persona; è più impegnativo per tutti, ma è quello che fa la differenza».
Dal punto di vista scientifico la barca, durante la navigazione, è impegnata invece nella raccolta di dati che vengono poi trasmessi all’Istituto nazionale di oceanografia e di geofisica sperimentale (Ogs) di Trieste. Tra le attività principali c’è la rilevazione 24 ore su 24 dei valori della qualità dell’aria e dell’acqua: «Per l’aria si tratta di un monitoraggio delle polveri sottili Pm2,5 e Pm10, mentre per l’acqua raccogliamo temperatura, salinità e ph; questo attraverso un “siluro” che 24 ore su 24 registra i dati e li invia a Trieste, con la posizione in tempo reale, per l’elaborazione».
A questo si aggiunge l’attività di fotoidentificazione: «Quando vediamo qualcosa in mare, ad esempio una tartaruga, un delfino, inviamo foto e posizione all’Ogs, creando un’anagrafica di quello che c’è nel Mediterraneo». In via sperimentale dovrebbe partire anche la raccolta di campioni d’acqua in determinate aree del Mediterraneo, dai quali estrarre poi “il dna” per indagare chi popola e ha popolato quelle zone. Il Moana, poi, è dotato anche di un idroforo: «L’Ogs ne ha due nel Golfo di Trieste con i quali monitora l’inquinamento acustico del mare. I cetacei ad esempio si orientano con i suoni e il magnetismo terrestre, e la presenza di suoni nuovi li mette in difficoltà».
Nelle attività dello Spirit of Lab, però, l’idroforo viene usato soprattutto durante le uscite con ciechi e ipovedenti per far loro “ascoltare” il mare. «Facciamo ascoltare loro le tracce sonore e poi ci dicono cosa sentono. Escono dei racconti e delle immagini stupendi».
Infine, c’è l’ambito culturale, legato alla storia ma, dall’anno scorso, anche alla dimensione cinematografica, con la collaborazione dello sceneggiatore Umberto Contarello. Esperienza che verrà replicata anche quest’estate.
Dimensioni che spesso si intrecciano. Fluide come l’acqua. «L’andar per mare ci ha insegnato a fare attenzione alle cose e ci ha educati alla rinuncia, che in realtà alla fine ti dà qualcosa in più».
di Alessia Zorzan GDV